Da qualche parte dietro l’ordinaria parola «coprifuoco» c’è una campana, e dietro la campana c’è un’istruzione che ormai nessuno fa più rispettare: copri il fuoco prima di dormire. L’istruzione è scomparsa. La piccola decisione serale che un tempo prendeva per conto di tutti — se una stanza dovesse restare illuminata o potesse lasciarsi avvolgere dalla penombra — è diventata silenziosamente una scelta privata, fatta davanti a un interruttore a parete, quasi ogni sera senza cerimonie e spesso senza neppure pensarci. Questo articolo parla del restituire a quella decisione almeno un po’ della sua forma antica.
La campana che diceva a una città di coprire il fuoco
Un tempo il coprifuoco era un’istruzione letterale, non una punizione. La parola deriva dal francese antico couvre-feu: copri il fuoco. Nelle città costruite in gran parte in legno, ogni sera una campana suonava a un’ora stabilita e, a quel segnale, le famiglie coprivano o spegnevano il fuoco acceso nel focolare: una misura di sicurezza antincendio che impediva a una fiamma lasciata accesa con poca attenzione di distruggere un’intera strada mentre tutti dormivano. Alla campana non importava che qualcuno trovasse accogliente il buio. Le importava che la città si svegliasse al mattino.
Oggi non suona più nessuna campana per questo. È rimasto un interruttore sulla parete, e la decisione che rende quasi troppo facile: lo alzi e la stanza si riempie uniformemente di luce dall’alto, a qualunque ora ti faccia comodo, per tutto il tempo che vuoi. La scelta di quando una stanza debba raccogliersi nella sera, e in che modo, è passata dalla città alla persona ferma accanto alla porta. Vale la pena accorgersi che sia diventata una scelta, invece di considerarla come se non lo fosse.
Tanizaki e la materia dell’ombra
Nel 1933, il romanziere giapponese Jun'ichirō Tanizaki scrisse di una versione di questo stesso cambiamento in un saggio noto in inglese come In Praise of Shadows. Non aveva un atteggiamento sentimentale nei confronti delle candele. Scriveva delle lacche e di come le loro decorazioni dorate fossero pensate per essere viste mentre catturavano la luce bassa e sfuggente in una stanza in penombra, anziché essere illuminate in modo piatto da una lampadina; scriveva delle stanze tradizionali, costruite per accogliere l’ombra negli angoli come un’altra stanza accoglie i mobili. Quando arrivò dall’Occidente la luce elettrica intensa, sosteneva, non si limitò a illuminare quelle stanze e quegli oggetti. Cambiò la loro funzione. Nel suo racconto, l’ombra era un materiale con cui una stanza veniva costruita, non un’assenza da correggere. La traduzione inglese completa, di Thomas Harper ed Edward Seidensticker, apparve decenni dopo, nel 1977, ma l’argomentazione aveva già superato la stanza di cui parlava.
La lampada al sandhya
Nella casa in cui coltivo la mia pratica personale, il crepuscolo ha un nome prima ancora di avere un’atmosfera. In molte famiglie indù viene indicato come sandhya, uno dei momenti tradizionali di passaggio della giornata, e accendere una lampada o un bastoncino d’incenso presso l’altare intorno a quest’ora è un’abitudine ordinaria, non un’occasione speciale; le pratiche variano da una famiglia all’altra, ma questo piccolo gesto è comune. A quell’ora raramente cerco l’interruttore della luce principale, perché c’è già una fiamma che segnala al giorno che è cambiato. È una scelta pratica, oltre che altro: abbastanza luce per muoversi in sicurezza nella stanza, ma non di più, così la stanza si raccoglie invece di passare bruscamente alla sera, come accade con una lampadina a soffitto.
Cosa illuminare invece, stanza per stanza
Nulla di tutto questo significa stare al buio. Significa scegliere da dove proviene la luce e quanto è calda una volta arrivata. Un’unica fonte uniforme dall’alto, soprattutto se la lampadina emette luce bianca fredda, si avvicina all’estremità blu della scala; le lampadine vendute come «bianco caldo» hanno comunemente una temperatura intorno ai 2700 K, un valore più basso e ambrato, che richiama la sera anziché il mezzogiorno. La differenza è facile da percepire, stanza per stanza.
- Soggiorno: una o due lampade all’altezza di chi è seduto, anziché un’unica fonte dal soffitto, così la luce cade dove le persone si siedono e non dove capita che passi l’impianto elettrico.
- Camera da letto: qualcosa di basso e caldo accanto al letto, invece di un punto luce azionato dalla porta; una luce calda per la camera da letto all’altezza del comodino può ottenere questo effetto senza svegliare l’intera stanza.
- Cucina: tieni accesa la luce principale finché c’è da cucinare e serve vedere bene, poi spegnila quando hai finito di lavare i piatti e la stanza non chiede più nulla ai tuoi occhi.
- Corridoio: una lampada a un’estremità, invece di una luminosa striscia di luce dall’alto. In corridoio raramente serve la luce del giorno; ne basta abbastanza per camminare.
Il sale in sé
Un oggetto che compare spesso in una stanza illuminata in questo modo è ricavato dal salgemma, anziché dal vetro o dalla ceramica. Le lampade di sale rosa dell’Himalaya provengono dai giacimenti di Khewra, nel distretto di Jhelum, nel Punjab, in Pakistan, parte della più ampia Catena del Sale. Il colore che attraversa la pietra, dal rosa al terracotta, deriva da tracce di minerali di ossido di ferro, soprattutto ematite e goethite, contenuti nel cristallo stesso di alite. Illuminata dall’interno con una piccola lampadina, la pietra emana una luce calda e irregolare, più simile alla luce del fuoco vista attraverso una finestra che a una lampadina osservata direttamente, perché la luce passa attraverso la pietra e ne raccoglie il colore lungo il percorso. Una lampada di sale dell’Himalaya funziona in questo modo indipendentemente dalle dimensioni; una lampada di sale con base in legno si trova semplicemente più in basso, vicino a una mensola o a un tavolino, una soluzione adatta a una stanza in cui la luce vuole stare all’altezza degli occhi invece che vicino al soffitto.
Non esiste più alcun regolamento che dica quale luce lasciare accesa dopo il buio, e l’interruttore accanto alla porta fa sembrare automatica la scelta: su per la luce, giù per il buio. Ma un interruttore ha solo due posizioni, mentre una stanza ha più atmosfere di così. L’abitudine che vale la pena conservare dell’antica campana non è il buio in sé, ma la piccola decisione che imponeva a un’intera strada nello stesso momento: scegliere consapevolmente quale fiamma della casa vuole ancora essere coperta per la notte e quale si è guadagnata il diritto di continuare a bruciare.





