Tieni in mano una di queste tavolette e sembra non pesare quasi nulla. Una tavoletta di canfora, bianca e leggermente cerosa, grande più o meno quanto una zolletta di zucchero, sta senza protestare sul piccolo piattino d’acciaio già pronto per la fiamma dell’aarti serale. Una volta accesa, si consuma nel giro di un’ora, senza fretta, e non lascia residui. Non viene spazzata via, né gettata. Scompare, proprio come scompare un respiro trattenuto. Questa è la piccola storia quotidiana di quella tavoletta: di cosa è fatta, dove cresce, come arriva su uno scaffale indiano e quali sono i tre semplici usi che un solo pezzo può ancora avere nell’arco di una giornata.
Coltivata dove l’aria ne è impregnata

La canfora nasce da un albero, Cinnamomum camphora, originario di Taiwan, del Giappone meridionale, della Cina meridionale e del Vietnam settentrionale. È una sostanza bianca, presente sotto forma di minuscoli cristalli nel legno, nella corteccia e nelle foglie; per gran parte della sua storia veniva estratta riducendo il legname in piccoli pezzi e distillandolo a vapore, poi raffreddando il vapore fino alla formazione di cristalli pallidi. Il metodo tradizionale non richiede alcun laboratorio di chimica: solo calore, acqua e pazienza, gli stessi tre ingredienti alla base di molte cose che finiscono su un vassoio per la puja.
Su molti vassoi per la puja, compreso il mio, una piccola scatola di tavolette di canfora sta a portata di mano, accanto al diya e all’incenso. È uno dei pochi oggetti di quel vassoio la cui origine, se la si segue abbastanza indietro nel tempo, conduce a una singola specie di albero identificata per nome e cresciuta dall’altra parte dell’Asia, anziché a una vaga e datata “tradizione” senza alcun indirizzo.
Dalle foreste di Taiwan a uno scaffale indiano
Oggi la maggior parte della canfora venduta, compresa quella che arriva nei negozi indiani, non viene affatto distillata da un albero. È sintetica, prodotta dall’olio di trementina, e la canfora di origine arborea rappresenta ormai una quota minore del mercato, non la sua totalità. Prima della Prima guerra mondiale, la maggior parte della canfora commercializzata nel mondo proveniva dalle foreste naturali di Taiwan; la canfora rimase un’importante industria taiwanese per tutto il periodo coloniale giapponese, dal 1895 al 1945: un commercio documentato, con nomi, date e rotte marittime precise, non una vaga “antica pratica rituale” senza alcun indirizzo. L’India tentò più volte di colmare quella distanza coltivando direttamente l’albero; i documenti dell’epoca coloniale indicano che, secondo quanto riferito, a partire dagli anni Ottanta dell’Ottocento si cercò di creare coltivazioni di alberi produttori di canfora nei Giardini orticoli di Lucknow, anche se le testimonianze rimaste su quei tentativi sono scarse. Quale che sia stata la portata esatta degli esperimenti, le rese non raggiunsero mai quelle di Taiwan o del Giappone, e l’approvvigionamento del Paese finì per basarsi soprattutto su un’industria fondata sulla chimica anziché sulla silvicoltura. Ciò che era cominciato come foresta, poi era diventato produzione industriale e infine una tavoletta su uno scaffale: quella comprata in una bancarella di Mysore o in un piccolo negozio di una strada secondaria di Bengaluru si trova alla fine di quella stessa lunga e sempre più stretta catena. Nessuna delle due versioni è per questo un oggetto di minor valore. Naturale o sintetica, entrambe svolgono ancora l’unica funzione che rende utile la canfora su un altare: passare dallo stato solido direttamente all’aria, senza lasciare nulla dietro di sé.
Non tutti, però, considerano irrilevante questa distinzione. Alcune persone che acquistano la canfora appositamente per la fiamma chiedono ancora quella di origine arborea, convinte che bruci in modo diverso o che possieda qualcosa che la versione sintetica non ha. È una convinzione che la chimica di nessun negoziante può confermare o smentire del tutto; inoltre, sullo scaffale di un mercato le due versioni raramente sono indicate separatamente. Così, la maggior parte degli acquirenti finisce per scegliere in base al profumo e al prezzo, senza considerare affatto la provenienza.
Bruciata senza cenere

La canfora fa qualcosa di insolito tra i solidi di uso comune. Quando brucia, passa direttamente dallo stato solido a quello gassoso, senza diventare mai liquida. È questo, in parole semplici, il motivo per cui una tavoletta accesa lascia il piattino quasi esattamente come l’ha trovato, a parte un lieve segno asciutto. Niente pozza di cera, niente mozzicone carbonizzato, niente cenere da rovesciare dopo. Durante un’aarti, il kapoor viene acceso su un piccolo piattino o in un cucchiaio e portato lentamente in cerchio davanti all’immagine sull’altare; la fiamma si muove seguendo il movimento della mano. È un gesto piccolo e intenzionale, non passivo: la persona lo accende, lo tiene e decide quanto deve durare l’offerta. Nella stessa stanza spesso sale anche un filo di fumo d’incenso, ma quel fumo non compie il gesto che la persona è lì per compiere; quello resta affidato alla mano che tiene il piattino.
Tre modi tranquilli di vivere con una tavoletta

Il primo uso è quello che conoscono più famiglie: accesa al crepuscolo, tenuta sul suo piattino, offerta nella fiamma dell’aarti, scompare nel giro di pochi minuti e si trasforma in aria, come fa sempre. Il secondo è meno cerimoniale e altrettanto comune in molte case: una tavoletta sciolta in un secchio d’acqua per lavare i pavimenti, lasciando sul pavimento, anche molto tempo dopo che l’acqua si è asciugata, il suo aroma deciso e pulito, apprezzato tanto per il profumo quanto per qualsiasi altro motivo. Il terzo è ancora più discreto: una tavoletta semplicemente infilata in un angolo dell’armadio, dove il suo odore viene da tempo usato in casa per tenere lontane le tarme e l’umidità che durante la stagione dei monsoni si deposita sui tessuti riposti.
Tre usi, un solo piccolo oggetto, e nessuno richiede di credere in qualcosa che vada oltre ciò che è evidente: accesa, scompare senza lasciare residui; sciolta, il suo profumo rimane nell’acqua; riposta, tiene lontane le tarme da uno scialle piegato. Se poi riesca anche a liberare una stanza da qualcosa di meno visibile, è una domanda a cui ogni famiglia risponde da sé, e la tavoletta non pretende nulla dal lettore, in un senso o nell’altro. Fa semplicemente ciò che deve, con affidabilità, e poi scompare.
Vale la pena ricordare una precauzione: la canfora venduta come “pachha karpooram” per cucinare è un prodotto distinto, per uso alimentare, etichettato e venduto separatamente da quella destinata alla fiamma, e le due non devono mai essere scambiate. La canfora rituale serve per bruciare, non per essere mangiata. In una casa in cui le serate sono scandite in questo modo, spesso convivono altre piccole abitudini, ciascuna appartenente alla propria tradizione e rispettata secondo i propri termini. Non è necessario che siano d’accordo tra loro. Una casa può accogliere più di un’abitudine silenziosa alla volta, ognuna impegnata semplicemente a svolgere il proprio piccolo e sincero compito.


