La maggior parte degli oggetti su uno scaffale ha una storia discreta. Un bastoncino di selenite ne ha una con una data precisa: aprile 2000, una galleria mineraria a circa 300 metri sotto il deserto del Chihuahua, vicino a una cittadina chiamata Naica, nel Messico settentrionale. Due minatori che stavano scavando un nuovo passaggio sfondarono la roccia e si trovarono in una camera che non avrebbero potuto prevedere: travi di gesso lunghe fino a dodici metri, alcune spesse quanto tronchi d’albero, che crescevano dalle pareti e dal soffitto come luce congelata. L’aria era così calda e satura di umidità che, senza protezione, una persona avrebbe potuto sopravvivere all’interno solo per poco tempo. Nessuno aveva costruito tutto questo. Il minerale era semplicemente rimasto indisturbato, nell’acqua e nel buio, per un tempo lunghissimo.
Il bastoncino liscio e chiaro appoggiato sullo scaffale di un negozio non proviene da quella camera. Ma, dal punto di vista mineralogico, è la stessa sostanza trovata dai minatori: la stessa composizione chimica, formatasi su scala diversa, in un ambiente diverso e in un arco di tempo molto più breve. Sapere di che cosa è realmente composta quella sostanza cambia il modo in cui il bastoncino appare nella mano.
Di che cosa è fatto realmente il bastoncino
La selenite non è un minerale separato. È una varietà di gesso, solfato di calcio con acqua legata alla sua struttura cristallina (CaSO₄·2H₂O). L’acqua presente nel reticolo è uno dei motivi per cui il gesso si comporta in questo modo: è morbido, fresco e leggermente scivoloso al tatto. Nella scala di durezza di Mohs, usata dai mineralogisti per classificare la facilità con cui un materiale si graffia, il gesso si trova a 2, un valore abbastanza basso da poter essere segnato anche da un’unghia. Lasciato in una ciotola d’acqua, un bastoncino si ammorbidisce, diventa opaco e si corrode nel giro di pochi giorni; non c’è una ragione rituale per tenerlo asciutto, ma solo una ragione chimica.
La maggior parte delle bacchette, delle torri e dei bastoncini lisci venduti con questo nome viene ricavata da una particolare forma del gesso, il satin spar: una varietà fibrosa che cresce in lunghi filamenti paralleli, conferendole, una volta lucidata, una lucentezza setosa, quasi intrecciata. È questa struttura fibrosa a permettere di tagliare il satin spar nelle forme alte e affusolate che i negozi prediligono, tra cui la torre di selenite che molte persone tengono sul davanzale o su un piccolo altare. Il satin spar è solo una delle diverse forme del gesso; le lastre piatte e trasparenti come vetro, un tempo apprezzate per uno scopo completamente diverso, erano un’altra varietà.
Il nome, la Luna e il colore
La parola selenite deriva dal greco selene, la Luna, e fu scelta per la lucentezza perlata e quasi luminosa della pietra quando la luce la colpisce di sbieco, non per via di un rituale documentato legato alla Luna. Descrive un aspetto, un nome coniato da persone che pensavano che la pietra somigliasse alla luce lunare imprigionata nella roccia. Qualunque cosa una persona trovi oggi in questa associazione, che porti il bastoncino con sé per un senso di chiarezza o semplicemente ne apprezzi la brillantezza, appartiene a quella persona, non a un significato nascosto nell’etimologia.
La selenite naturale è, in realtà, da incolore a bianco lattiginoso. Quasi nessuno dei satin spar dai colori intensi venduti in commercio, in particolare i bastoncini color pesca e arancioni, si presenta così in natura; quella saturazione è in genere il risultato di una tintura. È un fatto raramente menzionato sullo scaffale e saperlo non rende l’oggetto meno degno di essere conservato, ma solo descritto con maggiore onestà. Una forma di gesso distinta e autenticamente naturale, la rosa del deserto, viene spesso confusa con la selenite colorata, ma è una varietà completamente diversa: gruppi a forma di rosetta che si formano in terreni aridi e soggetti a evaporazione, dove i granelli di sabbia rimangono intrappolati nel cristallo mentre cresce, conferendogli una tonalità calda e sabbiosa che proviene dal deserto stesso, non da un bagno di tintura.
Una finestra romana, non un negozio di cristalli

Molto prima che qualcuno vendesse il gesso per la sua atmosfera calma, i Romani lo estraevano per far entrare la luce. Una varietà trasparente e laminare chiamata lapis specularis veniva estratta in vaste gallerie sotterranee vicino alla città di Segóbriga, nell’attuale provincia di Cuenca, in Spagna, in miniere che le indagini archeologiche hanno mappato per diversi chilometri di gallerie, secondo alcune stime anche molto oltre. Plinio il Vecchio scrisse che il lapis specularis migliore dell’Impero proveniva da una zona situata entro circa centomila passi da Segóbriga e descrisse come le lastre venissero tagliate, trasportate al porto di Carthago Nova e poi spedite a Ostia per chiudere le finestre delle ville in tutto il territorio romano. A Tiberio sono associati i primi telai per la coltivazione forzata, gli specularia, che, secondo quanto si dice, permettevano ai cetrioli di crescere fuori stagione dietro lastre di questo minerale. Il primo impiego documentato del minerale, in altre parole, era architettonico, non spirituale: portare luce in una stanza e calore in un giardino, secoli prima che qualcuno pensasse di tenerlo in mano durante un’intenzione.
Come conservarne uno

Poiché il gesso è così morbido, l’unica vera regola per un bastoncino di selenite è tenerlo lontano dall’acqua e da luoghi in cui potrebbe cadere o sfregare contro qualcosa di più duro. Passare di tanto in tanto un panno asciutto e morbido lungo il bastoncino ha uno scopo pratico, non simbolico: rimuove la polvere sottile che si deposita su qualsiasi superficie chiara e attenua la lucentezza perlata da cui la pietra prende il nome. Alcune persone tengono un bastoncino appoggiato su una piccola piastra di ricarica, per permettere ad altre pietre di poggiarvi sopra; la piastra di ricarica in selenite è adatta proprio perché è ampia, stabile e facile da pulire.
Perché i cristalli di Naica sono cresciuti così tanto
Le dimensioni delle travi di Naica lasciarono perplesse le persone geologhe fin dal momento in cui fu scoperta la camera, e la spiegazione arrivò da uno scienziato vivente, non da uno antico. Juan Manuel García-Ruiz, cristallografo all’Università di Granada, guidò una ricerca pubblicata nel 2007 sulla rivista Geology, dimostrando che i cristalli giganti erano cresciuti nel corso di centinaia di migliaia di anni in un’acqua rimasta vicina a una soglia intorno ai 58 gradi Celsius, la temperatura alla quale il minerale anidrite si trasforma in gesso. Se si rimane abbastanza a lungo vicino a quella soglia, indisturbati, il cristallo ha spazio per crescere invece di dissolversi e riformarsi. García-Ruiz ha definito la camera “la Cappella Sistina dei cristalli” e ha raccontato il suo primo ingresso come uno dei momenti più emozionanti della sua vita professionale; continua ancora oggi a lavorare e pubblicare studi su un minerale che la maggior parte delle persone incontra solo sotto forma di piccolo oggetto chiaro su uno scaffale.
La camera non ha ancora terminato il proprio lavoro, in un altro senso: quando i proprietari della miniera smisero di pompare l’acqua fuori dalle gallerie, questa poté rientrare e oggi i cristalli sono di nuovo sommersi, fuori dalla vista, più vicini alle condizioni che li avevano fatti crescere originariamente. Il modo esatto in cui quelle condizioni siano rimaste così stabili per tanto tempo, senza che un solo evento interrompesse la crescita, è ancora oggetto di discussione tra i geologi che studiano il sito. Il bastoncino su uno scaffale non è un frammento di quella camera e non pretende di esserlo. Proviene dalla stessa reazione, interrotta su scala umana: gesso estratto e modellato molto prima di avere la possibilità di crescere fino a diventare lungo dodici metri nel buio.



