Come scegliere una mala e come usarla

Da Alex Pervov · 1 September 2026 · 6 min di lettura

A japa mala with its guru bead resting on a wooden table in soft window light

Da qualche parte nelle foreste collinari del Nepal e dell’India settentrionale, un piccolo seme rotondo cade da un albero sempreverde chiamato Elaeocarpus ganitrus. Apritelo e troverete un foro che attraversa già il centro, insieme a un motivo di creste naturali sulla superficie. Nessuno ha praticato quel foro. Nessuno ha scolpito quelle creste. Erano già lì prima che il seme lasciasse l’albero. È qui che nasce una mala: non come scelta estetica, ma come elemento della natura che una persona poi infila, conta e al quale torna, giorno dopo giorno. Questa guida parla di come sceglierne una con consapevolezza e usarla nel modo per cui è stata realmente concepita.

Che cos’è davvero una mala

Dettaglio macro di una perlina in seme di rudraksha, con le sue faccette e il foro naturali

La parola mala è sanscrita e significa ghirlanda. Una mala tradizionale completa ha 108 perline, più una perlina aggiuntiva e più grande, chiamata perlina guru o meru, che resta fuori dal conteggio e non fa parte delle 108. È questo che distingue una mala dalla “collana mala” di moda venduta come elemento da sovrapporre: la sua struttura serve a contare, non soltanto a essere indossata. Nelle pratiche induiste, buddhiste e jainiste, questo conteggio ha un nome specifico: japa, la ripetizione di un mantra o di una preghiera, con una perlina a segnare ogni recitazione.

Il conteggio di 108 è così antico che la sua origine esatta è discussa persino all’interno della tradizione, ma il suo uso rimane costante: una mala completa offre 108 ripetizioni in un solo giro. Una mala da polso da 27 perline è semplicemente lo stesso giro diviso in quattro passaggi: quattro passaggi da 27, 27 per 4, completano gli stessi 108.

Scegliere in base al materiale, non al colore

Diverse collane mala composte da perline di materiali differenti, disposte insieme

La maggior parte delle guide all’acquisto suddivide le perline delle mala in base al colore e al chakra che, secondo la tradizione, ogni colore dovrebbe aprire. È un sistema ordinato, ma sorvola su ciò che distingue davvero una mala dall’altra: il materiale che avete tra le mani.

Un seme di rudraksha è il nocciolo essiccato del frutto dello stesso albero Elaeocarpus ganitrus. Le sue faccette naturali sono chiamate mukhi, o facce, e la tradizione descrive perline che vanno da una sola mukhi fino a numeri raramente osservati oltre la fine della decina, con il seme a cinque mukhi come quello più indossato e più comunemente indicato quale scelta standard per il japa quotidiano. È utile sapere anche che le perline più rare, con un numero maggiore di mukhi, sono quelle più spesso contestate sul mercato: più un seme si allontana da quell’intervallo comune, più è difficile verificarne a occhio nudo il numero di faccette. Il nome rudraksha unisce Rudra, un nome di Shiva, ad aksha, occhio o lacrima; la tradizione shaiva sostiene che le perline siano nate dalle lacrime di Shiva. È una questione di fede e di lignaggio, non un evento documentato, ed è importante considerarla per ciò che è: la storia che una tradizione racconta sull’oggetto, non un’affermazione botanica.

Una mala di tulsi proviene invece da una pianta completamente diversa: viene tagliata e modellata dal legno di Ocimum tenuiflorum, il basilico santo. La tulsi occupa un posto distinto nella pratica vaishnava, il culto incentrato su Vishnu e Krishna, e le perline di tulsi sono fortemente associate a quella tradizione di japa, anche tra i devoti ISKCON che le usano quotidianamente per la recitazione. Le mala di sandalo e di pietre preziose, tra cui quarzo rosa e occhio di tigre, rientrano in una categoria più delicata e generale: vengono portate per le qualità tradizionalmente associate alla pietra o al legno, come espressione di un’intenzione, non come garanzia. Nulla di tutto questo stabilisce una gerarchia. Sono semplicemente tre materiali diversi, con tre storie diverse, e la domanda sincera da porsi quando se ne sceglie una è quale storia si desidera davvero portare con sé, non quale colore corrisponde a una tabella.

Tenere le perline: il conteggio e la perlina guru

Il modo più comune di tenere una mala è nella mano destra, spostando una perlina per ogni mantra o per ogni respiro con il pollice. Molte tradizioni consigliano di tenere l’indice completamente lontano dalle perline, usando invece il pollice contro il dito medio. La meccanica è semplice per scelta: il conteggio dovrebbe occupare la mano con leggerezza, così che l’attenzione rimanga sul mantra, non sulle perline.

Quando il pollice completa un giro e raggiunge la perlina guru, la consuetudine più comune è non oltrepassarla. Si gira invece la mala e si inizia il giro successivo procedendo nella direzione opposta. È una piccola regola fisica, ed è bene essere chiari su ciò che comporta: non significa che la perlina azzeri una qualche energia invisibile. Segna un confine, l’inizio e la conclusione di un giro, e girare la mala significa semplicemente rispettare quel confine invece di attraversarlo. Nella mia pratica personale di japa, quella pausa sulla perlina guru è diventata uno dei pochi momenti della giornata in cui mi accorgo di aver davvero portato a termine qualcosa, invece di aver semplicemente esaurito il tempo a disposizione.

Non è la stessa cosa delle perline antistress

Poiché spesso vengono cercate nella stessa casella di ricerca, vale la pena distinguerle con chiarezza. I komboloi greci, le cosiddette perline antistress, appartengono a una tradizione in gran parte secolare: si fanno scorrere tra le dita per tenere le mani occupate o rilassarsi, senza un conteggio fisso e senza alcun mantra associato. Una mala da japa si basa invece su un numero preciso e su uno scopo preciso: tenere il conto mentre si recita qualcosa. In fotografia possono sembrare simili. Non svolgono la stessa funzione.

Vivere con una mala

Una mala è prima di tutto un oggetto pratico, ed è bene trattarla come tale. Tenetela lontana dall’acqua e da un uso brusco; sia la rudraksha sia la tulsi acquistano una patina con l’uso, scurendosi leggermente e levigandosi sui bordi, cosa che la maggior parte dei praticanti considera il segno di una mala realmente utilizzata, invece che conservata come ornamento. Non ha bisogno di rituali di purificazione o di una custodia speciale per continuare a funzionare. Ha bisogno di essere presa in mano.

In diverse città dell’India settentrionale, le mala di tulsi vengono ancora tagliate a mano dagli artigiani, proprio come avviene da generazioni; tra queste c’è Vrindavan, una città considerata sacra a Krishna nella tradizione vaishnava. Ovunque questa lavorazione continui, lo schema rimane lo stesso: l’oggetto in sé fa ben poco. Il seme non recita. Il legno non concentra la mente. Ciò che una mala offre davvero è una struttura fisica fissa — 108 perline e un confine dal quale accettate di tornare indietro — che dà a un’attenzione vagabonda qualcosa a cui ritornare, ancora e ancora, finché il ritornare non diventa la pratica stessa. Scegliete il materiale la cui storia ha un significato per voi, poi usate la mala nel modo semplice per cui è stata realizzata: una perlina, un respiro, un giro alla volta.

Una mano che conta le perline di una mala con il pollice, tenendo l’indice lontano
bene a sapersi

Domande e risposte

What is a mala used for?
A mala is a counting tool for repeated prayer or mantra, called japa. Each of its 108 beads marks one repetition, so the hand keeps count while the mind stays on the sound or breath, rather than on tallying.
How do I use a mala correctly?
Hold the mala in the right hand, drawing each bead toward you with the thumb, one per mantra or breath, keeping the index finger clear of the beads.
Why does a mala have 108 beads?
108 is the count kept across most Hindu and Buddhist japa traditions, though its exact origin varies between lineages. A 27-bead wrist mala is a quarter of that count, so four passes complete one full round.
Is a mala the same as worry beads?
No. Greek komboloi are secular worry beads, worked by the fingers with no fixed count and no mantra. A mala's 108 count and guru bead exist specifically to support a counted practice.
Which mala material should I choose?
Rudraksha seeds are the most widely worn, the five-mukhi (five-faced) seed being most common. Tulsi wood belongs to Vaishnava devotion to Krishna and Vishnu. Sandalwood and gemstone malas carry their own traditional associations. The choice is personal, best made by what draws the hand back.
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