Nel 1833 un chimico francese scrisse a un collega di qualcosa di strano che accadeva nella sua stessa mano. Michel Eugène Chevreul teneva fermo un pendolo, ma questo non voleva saperne di restare immobile. Ciò che annotò in seguito è sopravvissuto a quasi tutte le affermazioni più fantasiose fatte successivamente a nome del pendolo.
Una lettera ad Ampère
Chevreul, noto per i suoi studi sul colore e sui grassi, scrisse una lettera aperta al fisico André-Marie Ampère, descrivendo un piccolo esperimento condotto su se stesso. Teneva un pendolo per il suo cordoncino, mantenendo la mano più ferma possibile, e osservava il peso iniziare comunque a oscillare. Non oscillava in modo casuale. Sembrava rispondere alla sua stessa attenzione.
La sua spiegazione era prudente, non mistica: minuscole contrazioni muscolari involontarie nella mano, troppo impercettibili per essere avvertite ma sufficienti, nel tempo, a mettere in movimento un peso sospeso. Il resoconto era così preciso che ancora oggi la psicologia usa il suo nome per descrivere questo fenomeno. Il pendolo di Chevreul, o illusione del pendolo di Chevreul, descrive esattamente questo: un oggetto fermo mosso da una mano convinta di restare immobile.
Gli articoli divulgativi sui pendoli amano risalire in un solo respiro all’“antico Egitto, alla Cina e a Roma”, inserendo il pendolo in un’unica storia ininterrotta della rabdomanzia. La documentazione reale è meno lineare. La bacchetta biforcuta è lo strumento più antico e meglio documentato: il De Re Metallica di Georgius Agricola, pubblicato nel 1556, descrive i minatori dell’Erzgebirge, i Monti Metalliferi della Sassonia, mentre usano bacchette biforcute di nocciolo per cercare vene di minerale sotterranee, anche se lo stesso Agricola era scettico sul metodo e sosteneva che non ci si dovesse affidare a esso. Il pendolo tenuto in mano, mantenuto mollemente sopra una domanda anziché fatto oscillare sul terreno, appartiene a un filone distinto e più recente, che passa per la lettera di Chevreul del 1833 invece di risalire all’attività mineraria sassone. I due strumenti sono affini nello spirito, perché entrambi sembrano rispondere a una domanda, ma non sono un unico strumento con due nomi.
Che cos’è davvero l’oggetto
Se si mettono da parte le domande che gli vengono rivolte, un pendolo è una cosa semplice: un peso appeso a un cordoncino o a una catena, libero di oscillare. Può essere un cristallo sfaccettato, una perlina, una chiave legata a un filo, un anello appeso a un filo. Non serve nulla di magnetico, e il materiale non contiene niente che faccia muovere il peso da solo.
L’unica cosa che cambia è ciò che una persona sceglie di tenere. Chi si sente attratto dalle associazioni tradizionali del quarzo rosa potrebbe scegliere un pendolo in quarzo rosa proprio per questo motivo; l’oscillazione funziona allo stesso modo, qualunque sia l’oggetto appeso alla catena.
Perché si muove davvero

Nel 1852 il fisiologo inglese William Benjamin Carpenter diede un nome a questo schema generale: effetto ideomotorio, ovvero un’idea che produce un piccolo movimento muscolare senza che la persona lo intenda o si accorga che sta accadendo. Secondo questa spiegazione, l’oscillazione del pendolo non è un messaggio proveniente da qualcosa al di fuori della mano. È la tenue decisione della mano stessa, resa visibile da un peso abbastanza sensibile da mostrarla.
È un’affermazione modesta, ed è quella onesta. Il pendolo rimanda la mano a se stessa.
Come iniziare

Scegli qualcosa di abbastanza leggero da muoversi liberamente e abbastanza pesante da mantenere una traiettoria netta senza oscillare in modo irregolare, su una catena lunga circa quindici centimetri. Un pendolo in ametista, con una punta sfaccettata su una catena di quella lunghezza, funziona bene proprio per questo motivo: ha abbastanza peso per stabilizzarsi e una lunghezza sufficiente per oscillare senza che la mano debba fare nulla intenzionalmente.
Siediti in un luogo stabile. Appoggia il gomito e tieni la catena tra pollice e indice, lasciando che la punta penda appena sopra il palmo aperto dell’altra mano. Lascia che la mano si rilassi invece di cercare di tenerla perfettamente immobile: questo tende a produrre più movimento, non meno.
Inizia con una domanda di cui conosci già la risposta: il tuo nome, un fatto evidentemente vero. Osserva in che direzione comincia a oscillare il pendolo: avanti e indietro, da un lato all’altro oppure in cerchio. Qualunque schema emerga sarà il tuo “sì” per quella sessione. Fai una seconda domanda, di cui sai già che la risposta è falsa, e nota lo schema diverso con cui risponde. Solo dopo aver stabilito entrambi gli schemi, poni una volta sola la domanda reale e interpreta l’oscillazione che ormai riconosci.
Vivere la pratica con onestà
Vale la pena considerare una sessione con il pendolo come considero una fila di grani mala o un bastoncino d’incenso acceso: un oggetto che dà alla mano e all’attenzione qualcosa da fare, non un’autorità che pronuncia un verdetto. Chi osserva è ancora la persona che svolge il lavoro.
Alcune persone fanno passare un pendolo sui sette punti chakra durante una scansione del corpo, e un pendolo dei sette chakra è realizzato pensando proprio a questo utilizzo, con una perlina colorata per ogni punto lungo la colonna vertebrale. Tradizionalmente viene considerato un modo per dirigere l’attenzione lungo il corpo, non uno strumento diagnostico, e non richiede altro che qualche minuto tranquillo per osservare dove cambia l’oscillazione.
Niente di tutto questo sostituisce il parere medico, e nessuna sessione con il pendolo dovrebbe essere interpretata come una previsione sulla salute, su una relazione o su una decisione ancora da prendere.
Chiedi a chi usa regolarmente un pendolo che cosa accade dopo le prime sessioni e ti dirà la stessa cosa: non è più necessario determinare ogni volta quale sia l’oscillazione del “sì”. Arriva più rapidamente, in modo più netto, spesso esattamente nella stessa direzione della prima calibrazione. Non significa che il pendolo ricordi qualcosa; le catene e le punte di cristallo non hanno memoria. È la mano ad aver imparato un’abitudine, come accade con qualsiasi piccolo movimento ripetuto, e Chevreul, scrivendo nel 1833, descriveva proprio il primo esempio di quell’abitudine mai messo per iscritto.



