Una volta al mese, la luna completa il suo ciclo e, in tre angoli del mondo senza legami tra loro, le persone la celebrano da tempo accendendo qualcosa, contando qualcosa o bevendo qualcosa con vera attenzione. Questa è una guida per fare tutte e tre le cose senza fonderle in un’unica cerimonia inventata: una serata costruita attorno a un’osservanza hindu, a una pratica di conteggio con meccanismi precisi e a un’usanza giapponese con una storia indipendente, mantenendo ciascuna nella sua integrità invece di amalgamarle in una vaga «energia lunare».
Il grano che non viene mai contato
In una japa mala tradizionale ci sono 108 grani da contare, più uno. È separato dagli altri, spesso leggermente più grande, e non viene mai oltrepassato durante la recitazione. Quando il pollice lo raggiunge, il conteggio si ferma; invece di superarlo per continuare, la mano gira la mala e inizia il giro successivo nella direzione opposta. I praticanti lo chiamano spesso grano del guru. Non conta nulla di per sé, ma segna tutto: il punto in cui un giro di pratica termina e un altro può cominciare.
Questo tipo di compimento silenzioso è un modo adatto per entrare in una notte che, in sanscrito e in hindi, ha già un nome proprio: purnima, il giorno di luna piena del calendario lunare hindu. Tradizionalmente è considerato propizio per il digiuno, i bagni sacri, la beneficenza e l’adorazione della luna stessa, in osservanze come la Satyanarayan Puja. Diverse festività importanti cadono in un giorno di purnima, tra cui Guru Purnima, Raksha Bandhan, Buddha Purnima e Sharad Purnima, ciascuna con usanze proprie che variano a seconda della regione e della purnima celebrata; non esiste un unico rito che le comprenda tutte, e fingere il contrario appiattirebbe la tradizione. Ciò che condividono è più semplice di qualsiasi rituale specifico: la luna piena viene trattata come un giorno degno di attenzione deliberata, anziché come una data tra le ventinove o trenta del mese.
A cosa serve il fumo
L’incenso è spesso la prima cosa che si accende in una serata del genere, e si guadagna questo posto per una ragione concreta, non mistica. Accenderlo segna il momento in cui inizia qualcosa di distinto, separato da ciò che lo ha preceduto nella giornata. Nella mia pratica personale tengo l’incenso acceso quasi ogni giorno, e ciò che cambia in una serata di purnima non è il fumo, ma l’attenzione che gli dedico: qualche minuto messo da parte intenzionalmente, invece di lasciarlo riempire da ciò che viene dopo. Scegliere l’incenso per la serata può essere semplice come scegliere su quale sedia sedersi oppure, se l’occasione lo richiede, bruciare polvere d’incenso al sandalo sulla carbonella invece di usare un bastoncino. In entrambi i casi, accenderlo fa una sola cosa: dichiara che la serata è iniziata.
Un grano, un respiro
Una volta acceso l’incenso, si può prendere la mala. Japa, la pratica di ripetere un mantra o una parola scelta una volta per ogni grano, viene compiuta interamente con il pollice: per ogni ripetizione si attira un grano verso il palmo. Una mala di rudraksha con 108 grani arriva fino al grano del guru, dove il giro si completa e la mano gira la mala invece di proseguire oltre. Il numero 108 ha più spiegazioni, nelle tradizioni hindu, buddhiste e yogiche, di quante una sola di esse possa rivendicare a buon diritto: spiegazioni testuali, cosmologiche e numerologiche convivono, e nessuna origine unica ha risolto definitivamente la questione. Ciò che è certo è più piccolo e più utile di tutte queste spiegazioni: contare con il pollice un giro completo di japa dà alla serata una forma che altrimenti non avrebbe, un inizio e una fine che la mente può percepire invece di limitarsi a intenderli.
La luna sull’acqua, altrove
Il tè appartiene a una tradizione completamente diversa, senza un vero legame con la purnima se non per la stessa luna sopra di noi. In Giappone, lo tsukimi è un’usanza di osservazione della luna le cui origini risalgono al periodo Heian, all’incirca dal 794 al 1185, quando l’aristocrazia adottò una pratica affine introdotta dalla Festa di metà autunno cinese. Gli incontri storici comprendevano poesia e musica e spesso si osservava il riflesso della luna sull’acqua, più che la luna stessa; la cerimonia del tè e gli incontri dedicati al tè sono da tempo associati a queste serate, e alcuni templi giapponesi continuano a organizzarli. C’è ben poca ragione per fondere lo tsukimi e la purnima in un’unica cerimonia presa in prestito. Sono due precedenti autentici, appartenenti a due storie separate, dello stesso istinto: quello di sedersi davanti a una luna piena, con una tazza in mano, invece di darle solo un’occhiata dalla finestra.
Un ordine senza copione
Insieme, una serata di luna piena non ha bisogno di istruzioni precise, ma di un ordine: accendere, contare, bere. L’incenso viene prima, perché segna l’inizio. Poi arriva un giro sulla mala, perché il pollice e i grani danno alla mente qualcosa di concreto da fare invece di qualcosa da limitarsi a immaginare. Il tè viene per ultimo, perché va bevuto lentamente, da solo, invece di essere sorseggiato mentre si fa contemporaneamente qualcos’altro. Nessuna delle tre cose ha bisogno delle altre per avere un significato in una determinata notte; una serata completa può includerle tutte e tre, una più breve può conservarne anche solo una. Chiunque stia preparando un piccolo angolo per serate di questo tipo può dare un’occhiata agli strumenti spirituali per una pratica tranquilla e tenere solo ciò che usa davvero, invece di ciò che su uno scaffale dà soltanto l’impressione di completezza.
I grani che diventano lisci
C’è un’altra cosa che vale la pena sapere sulla mala, e non riguarda il conteggio. Maneggiati mese dopo mese, i suoi grani cambiano sotto il pollice: la superficie, inizialmente un po’ ruvida, si leviga con l’uso nel corso di una serie di lune piene, diventando una traccia visibile di quanti giri siano stati davvero contati, anziché soltanto programmati. Una mala usata una volta all’anno rimane quasi com’era quando è stata acquistata. Una usata a ogni luna piena per un anno porta la differenza nei suoi grani, in un modo che nessuna annotazione su un diario potrebbe mostrare con altrettanta chiarezza. La luna ritorna, che qualcuno la celebri o meno; la mala cambia solo per chi lo fa.




